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il cinismo della realtà
29 gennaio 2006
Impossibile andarsene da Sobibor
"Mi chiamo Thomas Toivi Blatt , sono uno dei quarantasette sopravvissuti a Sobibor, il lager dove ho passato sei mesi, da cui sono evaso durante la rivolta e di cui sono diventato lo storico. Izbica, la mia città, era povera e ortodossa, poco dopo l'inizio della guerra arrivarono dei tedeschi delle forze speciali e crearono un ghetto. Il 28 aprile 1943 la cittadina fu circondata. Capii che era la fine. Ci portarono nella piazza del mercato, accanto a me c'era un soldato che si voltò un attimo e io ne approfittai per sgattaiolare via. Mi ritrovai tra i cristiani che osservavano la scena, tra loro c'era Janek Knapczyk, un amico. Gli dissi: "Janek, salvami!" e lui: "Corri al fienile". L'entrata era chiusa e il mio amico arrivò con dei gendarmi per farmi arrestare. Così mi riportarono indietro. Arrivarono dei camion, che si mossero nella direzione di Sobibor. C'era ancora una speranza, perché tra il lager e Izbica c'erano due campi di lavoro. Ricordo un "oh..." quando superammo il secondo campo: era sicuro, la fermata successiva sarebbe stata Sobibor.

Nel 1942, durante la conferenza di Wannsee, fu varata l'operazione Reinhard. Avevano deciso di uccidere gli ebrei in un modo più efficiente e a questo scopo costruirono tre campi in cui, nei diciotto mesi di attività, furono sterminate 700.000 persone a Treblinka, altrettante a Belzec e circa 250.000 a Sobibor.

Sapevamo che era un luogo per uccidere. Un posto simile lo immaginavo come l'inferno, invece non riuscivo a credere ai miei occhi... era un bel villaggio. Sulla sinistra c'erano delle villette. Sulla destra c'era un binario con una finta, piccola stazione ferroviaria. La messa in scena non era per gli ebrei polacchi ma per chi arrivava dall'Olanda e dalla Francia che, sino all'ultimo minuto, non sapeva che sarebbe stato ucciso. Poi Frenzel, un tedesco, gridò: "Donne e bambini da una parte, uomini dall'altra". Salutare mia madre fu doloroso. Il giorno prima le avevo chiesto se potevo bere del latte, e lei mi aveva detto di non prenderne troppo "perché, Toivi, domani è un altro giorno". Come se volessi accusarla di non aver mantenuto una promessa, le dissi: "Vedi, mi avevi detto che domani era un altro giorno". "E' tutto quello che hai da dire ora?" mi rispose. E ci separammo per sempre. Nei campi della morte non c'erano selezioni ma, quando il numero dei prigionieri diminuiva, per suicidi o altro, prendevano qualcuno dai nuovi trasporti. Poco prima del mio arrivo erano stati uccisi settantadue ebrei olandesi, accusati di aver tentato la fuga. Io avevo quindici anni, pregai Dio perché mi salvasse, e ancora oggi penso che la mia volontà, in qualche modo, raggiunse il tedesco. I nostri occhi s'incontrarono. Lui disse: "Vieni, piccolo". La meccanica di Sobibor era semplice, e rapida. 3.000 persone arrivavano con il trasporto, alle 8 di mattina, e lasciavano il loro bagaglio al binario. Un altro tedesco teneva un discorso: si scusava per le difficoltà del viaggio ma adesso, aggiungeva erano finalmente arrivati, era tempo di lavarsi. Per la doccia bisognava spogliarsi. In venti minuti erano tutti morti. Noi eravamo usati per selezionare il vestiario. Vestiti da uomo con vestiti da uomo, abiti da donna con abiti da donna, occhiali con gli occhiali... bisognava svuotare tutte le tasche, soldi con i soldi. Documenti, fotografie e libri da bruciare. Questo era il mio lavoro.

La rivolta del ghetto di Varsavia era già iniziata e le notizie arrivavano anche nel campo. Fu la prima scintilla, la resistenza era possibile. Ma noi non avevamo mai imbracciato un fucile. Quando i tedeschi deportarono gli ebrei del ghetto di Minsk, c'era molto lavoro quindi selezionarono settanta deportati per aiutarci. Tra loro c'erano dei militari. Gli ebrei polacchi formarono un comitato, comunicarono con i russi, tra cui c'era Sasha Pechersky, un ufficiale dell'Armata Rossa. Tre settimane dopo, vi fu la rivolta... e fuggimmo. Eravamo in otto a preparare il piano. Più tardi fummo in dodici a svolgere le diverse funzioni. Io dovevo attirare i nazisti nelle baracche e quando i tedeschi entravano gli altri li colpivano con le accette. Avevo paura di essere preso e bruciato vivo. Speravo di morire sul colpo. Quando cominciò la fuga, corsi verso l'ingresso principale, perché sapevo che non c'erano mine. Sobibor era il solo campo di sterminio circondato da campi minati. Fuggii tra le pallottole scappando verso un altro punto del recinto. Un uomo arrivò con un'ascia e cominciò a fare un buco. Cercammo di attraversarlo. Le guardie alle torri ci videro e spararono. Alcuni di noi caddero, altri misero una scala sul recinto per scalarlo, e proprio quando stavo passando il recinto cedette. Rimasi schiacciato sotto gli altri, cercai di muovermi ma il filo spinato mi bloccava e questo mi salvò, perché i primi a uscire dal lager furono dilaniati dalle mine. Alla fine mi sfilai il cappotto e andai. Io e due compagni trovammo rifugio da un contadino polacco che, dopo averci tolto tutto, ci sparò. La sua pallottola è ancora nella mia mascella. Vissi nei boschi fino all'arrivo dei sovietici. Per me la liberazione è stata un soldato russo che perlustrava le strade in bicicletta. Ancora oggi sogno del campo. Io sono ancora lì, è impossibile andarsene da Sobibor. C'è ancora una cosa che desidero fare: acquistare la casa del Kommandant... è ancora dello stesso colore. Questo è il terreno del lager, non è importante per nessuno. Voglio farne un museo. Perché è da queste finestre che il comandante di Sobibor ha guardato un quarto di milione di persone andare a morire".



permalink | inviato da il 29/1/2006 alle 23:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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