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il cinismo della realtà
26 ottobre 2006
Bruno Lauzi
Due giorni fa è scomparso Bruno Lauzi.
Nelle cronache informate lo si ricorda
come eminente rappresentante della
scuola genovese dei cantautori.

L'ultima volta che l'ho visto in televisione,
qualche mese fa, era ospite da Magalli
che lo trattava con grande rispetto e
amicizia, ma soprattutto come un uomo
sofferente.

Era impossibile eludere la cattiveria
del destino che infliggeva una malattia
pesante ad una persona di grande
sensibilità e comunque con una forza
di volontà tenace. La malattia non mitigava
la forza dell'intelligenza di Bruno.

Ultimamente scriveva poesie.
E riceveva riconoscimenti sentiti e
autentici.

La sua bellissima voce, talvolta calda,
altre più roca, lo rende un immortale.

Mi chiedo come sarebbe stata la sua vita,
e la sua dimensione di artista,
se l'estetica fosse stata più generosa
con lui.

A volte si può essere talmente talentuosi
da sfiorare l'immensità
e passare comunque
inosservati,
se non rimossi.



permalink | inviato da il 26/10/2006 alle 21:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
20 ottobre 2006
Il finanziatore di talenti
Ha suscitato un grande plauso
internazionale il Nobel a
Muhammad Yunus. Il genio che ha
saputo innovare con coraggio
scommettendo senza moralismi
sulla forza di riscatto degli indigenti,
ma soprattutto sulla loro tempra e tenacia.

Alcuni hanno giustamente osservato che
forse Yunus meritava più autenticamente
il Nobel per l'economia.
Ma forse si sarebbe dovuto inventare
un Nobel all'economia della pace.

Credo che il beneficio maggiore di un tale
davvero meritatissimo riconoscimento
sia per tutti noi - in quanto abbiamo
rischiato nella dispersiva bolgia mediatica
di dimenticare la figura e l'importanza
di Yunus abbagliati come siamo da tutti
i presunti amici retorici dei poveri,
per i quali però non trovano mai
una idea magari almeno blandamente
vincente.

Per chi non avesse chiara la figura
di Yunus può risultare utile la nota
pubblicata sul sito della voce.info
a cura di Luigi Guiso.



permalink | inviato da il 20/10/2006 alle 23:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 settembre 2006
Il Cipe
Quando c'era Giacinto Facchetti
il calcio era davvero "mitico".
La grande Inter faceva parte
delle figurine Panini,
e i giornalisti che si occupavano
di calcio si chiamavano
Gianni Brera, Giovanni Arpino,
Gian Paolo Ormezzano.
Quello stangone educato
era un cavallo di razza che invece
di fare come facevano tutti i terzini
correva sulla fascia laterale
come un assatanato.
E non solo.
Con smodata disinvoltura
si buttava in area come un
centravanti e faceva spesso gol,
che poi festeggiava saltando
come un grillo silenzioso.
E' uno dei rari casi di viso perbene
che apparteneva a persona
davvero perbene.
Helenio Herrera si sbagliò
chiamandolo una volta Cipelletti,
e per gli amici rimase ed
è rimasto Cipe - come ha ricordato
Massimo Moratti.



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17 aprile 2006
97 anni il 22 aprile
"La mia vita è stata ricca di ottime
relazioni umane,
lavoro e interessi.

Non ho mai sperimentato
cosa volesse dire
la solitudine".

Rita Levi Montalcini



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5 ottobre 2005
Raymond Carver
Devo ammetterlo. Mi fa una certa impressione dover prendere atto che pure Raymond Carver è diventato un Meridiano Mondadori. Perché finire in una casa editrice ultradistribuita, stona un po' con quel personaggio, scrittore, poeta così moderno, così '900, combattuto, povero, alcolizzato non cocainomane, dalla scrittura tanto graffiante e dura, quanto inattesa e mai banale.

L'originalità dei suoi dialoghi, il saper far diventare racconto la banalità del vivere e dell'esistere, il non rinunciare a dire le cose come stanno a un certo punto, rendono quest'uomo un autentico innovatore nel suo campo.

Chi lo ha letto sa che quando gli nomineranno Carver, questo cognome diverrà inconfondibile. Non sono possibili fraintesi. Non si baratta niente.

E dopo, davvero non sarà più lo stesso.

Si può francamente pensare di fare a meno di queste 1.344 pagine ?



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15 agosto 2005
Salvador Dalì
Recentemente è stato ricordato da Fabrizio D'Amico come si ispirasse all'idealità del "buon pittore", ovvero "prendere in affitto una linda vecchietta, giunta al culmine della sua decrepitezza, e mostrarla vestita da torero, mettendole in testa, dopo averla rasata, una frittata".

D'altronde per aver scritto su un quadro "a volte sputo con piacere sul ritratto di mia madre" fu cacciato di casa dal padre (testimone Luis Bunuel) che si augurò "di non veder mai più quel maiale in casa".



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4 febbraio 2005
Marlon Brando
"Era collerico e violento, imprevedibile e caratteriale, ma seducente come pochi altri, carismatico al punto di legare a sé anche le persone che avevano subìto le sue sfuriate, il suo disprezzo, i suoi enigmatici comportamenti, le sue botte. Tanto per utilizzare una formula fin troppo logora, era veramente bello e impossibile, come vuole il mito. Il Marlon Brando raccontato da Tarita Teriipaia, la madre di due dei suoi figli (Teihotu e Cheyenne), assomiglia a quello conosciuto attraverso mille racconti, ma è ancor più imprevedibile. Come quello raccontato dal suo amico Budd Schulberg, che in un'intervista a Vanity Fair rivela un particolare inedito: quando ricevette la proposta di indossare i panni del Padrino, Brando gettò sdegnosamente la scenografia per terra ("non celebrerò la mafia"), ma l'indomani si era già disegnato a matita un paio di baffi e cercava di entrare nel personaggio. Questo era uno dei più grandi attori cinematografici del Novecento, raccontato dalla moglie polinesiana in "Marlon, mon amour, ma déchirure (il mio amore, il mio strazio) appena uscito in Francia.

Al contrario di tante donne, Tarita non soccombe subito: "Niente mi seduceva in lui, né il suo fisico, né le sue maniere, né i suoi amici. La sua apparizione suscitava in me un panico incontenibile, come se percepissi una minaccia, un pericolo". Eppure, anche lei doveva avere un appeal notevole, tanto da tenere in scacco il divo abituato alle donne che si gettavano ai suoi piedi: "Durante i primi sei mesi della nostra vita comune, ho dormito con il mio vestito e Marlon non mi ha toccata. (...) Con il passare del tempo, non capisco come abbia potuto accettarlo, proprio lui, sempre pronto a venire alle mani per ottenere quel che vuole". Abituarsi a lui non è semplice, perché Brando non è un uomo come gli altri: "Marlon è continuamente attraversato da pensieri segreti, desideri violenti o terribili tormenti, che non esprime, ma che io indovino".

Gli alti e bassi della relazione ne accentuano la violenza. Tarita ha un amante, Brando non lo sopporta. Una sera, dopo che la donna è andata al cinema con l'altro, Brando va da lei: "Mi prende per i capelli, mi ficca in macchina e mi porta da lui. Una volta chiusa la porta grida: "Ti ammazzo, ti ammazzo" e comincia a picchiarmi. E' fuori di sé, i tratti alterati da un furore incontrollabile.

A calci e pugni mi porta fino al letto senza smettere di urlare e di minacciarmi, mi attacca alla spalliera. Poi mi frusta con la cintura e in quel momento ho pensato che mi avrebbe ammazzato. Mi metto a urlare, a supplicarlo. Grido il nome di nostro figlio". Brando prende un fucile da pesca, ma poi lo lascia cadere per terra e se ne va. Tarita resterà per due settimane a letto, con la schiena insanguinata: "La schiena è niente rispetto allo choc. Non posso dimenticare le urla di Marlon, i suoi gesti, la sua demenza quando ha preso il fucile". In seguito, farà finta di nulla. Nella vita di tutti i giorni evita anche di parlare di sé: "Non mi parla mai del suo lavoro, del film che sta girando". Parlerà solo di "Ultimo tango a Parigi", ma semplicemente per impedire a Tarita e ai figli di andarlo a vedere.

La seconda figlia della coppia vedrà la luce grazie alla fecondazione in vitro. Rien ne va plus fra i due: una notte, a Londra, un Brando geloso cerca ancora di picchiare Tarita. Il pensiero dell'altro lo rende impotente ("vorrebbe fare l'amore ed è come se uno spirito maligno glielo impedisse"). Pochi mesi dopo, Brando la richiama, vuole un secondo figlio. Tarita accetta: "D'accordo, ma come lo farai?". Marlon ci ha pensato e ha già preso appuntamento da uno specialista: lo concepiremo con un'inseminazione artificiale". Brando è felice di avere una figlia: "Dopo la sua morte ho scoperto fra le sue cose, a Los Angeles, parecchie foto di me e Cheyenne addormentate durante la poppata. Aspettava che mi addormentassi per tirar fuori la macchina fotografica, come se fotografarci fosse una confessione di debolezza o di amore, lui che non voleva mai dire ti amo".

Del resto, non riuscirà mai ad amare veramente i suoi figli, come dimostra tra l'altro, il suicidio di Cheyenne. Tarita è lucida: "Credo che Marlon abbia cercato di essere padre, di assumere il ruolo, come ha recitato quello del patriarca nel Padrino, ma non ha saputo farlo, perché le sue ferite da bambino lo riportavano continuamente alla sua infanzia. Avrebbe voluto mostrare la strada ai suoi figli, essere grande e generoso come dev'essere un vero papà, ma era troppo preoccupato per le proprie sofferenze per sentire quelle dei suoi figli. Per questo, credo, ha fatto loro del male senza esserne sempre cosciente. Teihotu avrà atteso invano, per tutta la giovinezza, la mano di suo padre, prima di scoprirlo invidioso e geloso quando, diventato uomo, ha avuto i suoi figli".

Giampiero Martinotti



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10 dicembre 2004
Witold Gombrowicz
Un talento narrativo unico,
imprevedibile, inclassificabile,
giovanilista dell'animo
e della spensieratezza.

Di Witold Gombrowicz
ora Feltrinelli
pubblica pure Il Diario.

Questo sì che è un bel
regalo di Natale...



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2 dicembre 2004
Jack London



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21 ottobre 2004
Una scarica per il poeta
"La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta angusta e terribile; e più terribile ancora era l'anticamera, dove ci preparavano per il triste evento.
Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro, perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica.
L'attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola...
Il risultato fu che fui sottoposta all'elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa".

Alda Merini , L'ALTRA VERITA', Scheiwiller, 1986



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