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Jean-Michel Basquiat

"Things are very confusing at this point". Parola di Samo, alias Basquiat. Meteora scintillante, ribelle e rovinosa degli anni Ottanta. La biografia che gli ha dedicato - Phoebe Hoban, BASQUIAT. VITA LUCENTE DI UN GENIO DELL'ARTE, Castelvecchi, 2006, pp. 468, € 22,00, traduzione di Tiziana Lo Porto - non poteva che incominciare dalla fine, da quel venerdì 12 agosto 1988 in cui Jean-Michel poco più che ventisettenne venne ritrovato riverso a terra in fin di vita per un cocktail micidiale di droghe. In pochi anni aveva bruciato un patrimonio di energie spericolate, evaporato a furia di eccessi. Di droghe, sesso, limousine, e fantasmi. La storia della vita di Basquiat non è certo un mistero. Un'infanzia difficile, oscurata dalla separazione dei genitori e dall'ombra della violenza famigliare, la fuga da casa ancora adolescente, il precoce abuso di droghe, e un'incontenibile furia creatrice e voglia di affermazione. Basquiat, con la sua presenza magnetica, è stato il primo nero a varcare il muro invisibile e implacabile del mercato dell'arte negli anni euforici del reaganismo; è l'artista che celebrava "la regalità, la strada, l'eroismo" come fossero una cosa sola, e che si inventò una provenienza di strada per affermarsi in un battibaleno nelle massime gallerie newyorkesi, cavalcando il sodalizio con Andy Warhol; l'eterno e indomito bambino dai capelli sparati in testa che perseguì testardamente il successo e lo raggiunse in maniera fulminea. Accadde nel 1981, in occasione della mostra "New York/New Wave" allestita al PS1 da Diego Cortez, che raccolse un repertorio di 1.600 opere di 119 artisti "neo pop", espressione visiva di una cultura punk che - per dirla con Hoban - era manifestazione di una "consapevole e svergognata voglia di godersela, anarchia senza ideali, lavoro senza fatica". Un contesto kitsch in cui l'opera di Basquiat spiccava al punto da conquistarsi immediatamente l'interesse di critici, galleristi, collezionisti. La storia di Basquiat, del resto è stata ripercorsa e celebrata ancora recentemente attraverso il film di Julian Schnabel, immortalandone - se mai ce ne fosse stato ancora bisogno - il mito, anche presso le generazioni più giovani. Cosa aggiunge, dunque, la biografia "non autorizzata" né dal padre Gerard né dagli eredi di Basquiat, stilata da Phoebe Hoban? Il libro, oltre quattrocento pagine spumeggianti di aneddoti, è il frutto di una capillare, sistematica presa in esame di tutte le fonti possibili: la vita dell'artista si rifrange sulle innumerevoli testimonianze, le voci, i commenti, i ricordi di amici, amanti, collezionisti, critici, parenti, galleristi minuziosamente riportati e comparati. E' un ritratto a collage, come fosse impossibile mettere a fuoco per intero l'identità sfuggente di un artista che ha tante volte ossessivamente rappresentato se stesso, quasi l'iterazione fosse un modo per darvi consistenza e stabilità. Hoban raccoglie le schegge sparse di Basquiat, dalle quali la figura dell'artista emerge come un ragazzino spregiudicato, geniale, volubile, instabile, incapace di fedeltà, preso da innamoramenti improvvisi presto bruscamente abbandonati, e poi ripresi, insaziabilmente proteso in avanti a voler colmare col baccano degli affetti, dei colori, delle droghe e della musica la voragine del vuoto interiore. Operazione angosciosamente destinata al fallimento, come le teste scarnificate tante volte ritratte. Proprio lo sperpero di eccentricità e di successo di Basquiat era funzionale a un decennio in cui "la retorica di Reagan sguinzagliò la più grande celebrazione della ricchezza - ricchezza come virtù, come bene in sé - che il Paese avesse mai sperimentato in tutto il Ventesimo secolo", come ebbe a scrivere John Taylor in THE CIRCUIT OF AMBITION (1989, ripreso da Hoban). In anni in cui si riversarono nel mercato dell'arte miliardi di dollari di un'economia in ripresa che trovava qui occasione di investimento e di mondanità, Basquiat rappresentò la stella perfetta. Ma al di là del grande rumore dello star system e delle sue idiosincrasie, al di là della retorica sul razzismo, sul materialismo, sul capitalismo, sulla mortalità, sulla cultura pop, c'è il punto fermo di un talento che resiste al tempo, alle battaglie legali che fecero seguito alla morte dell'artista, alle mitologie che ne accompagnarono la parabola come una di quelle corone spesso raffigurate. Un talento che venne riconosciuto fin dai suoi primi disegni di bambino, e che oggi ci sorprende in particolare per una sua qualità (come osserva giustamente Hoban, che alla produzione artistica di Basquiat dedica essenzialmente solo l'ultimo capitolo): la modalità di lavoro onnivora, frammentaria e ricombinatoria, entrata solo in anni recenti a far parte di un linguaggio comune. Un continuo remix di parole e di simboli (come quelli "hobo", sorta di alfabeto visivo usato dai viandanti neri per strada per comunicare), di immagini colte o popolari riciclate, nonché il gusto per lo slittamento di senso che questo processo può generare. [...] Chiara Somajni

Pubblicato il 18/4/2006 alle 23.57 nella rubrica Citazioni.

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